giovedì 27 giugno 2013

CHE DUE RUOTE

Sono ciclista quasi dalla nascita, almeno credo. Non mi ricordo se ho avuto addirittura un triciclo, ma sicuramente ho piazzato in maniera definitiva il mio posteriore su due ruote da quando la mano di mio padre lasciò il retro del sellino della mia biciclettina bianca fiammante di usura, ottenuta con paziente attesa dopo il passaggio per tutti i miei cugini. La fortuna di essere
la prima figlia dell'ultimo di sette fratelli, a mia sorella di solito andava pure peggio.
Da allora sono passati trent'anni e in mezzo ho usato bici di tutti i generi: mountain bike, Graziella piegabili, la storica Bianchi della mamma che fischiava ogni volta che frenavi e da cui scendevo al volo saltando perchè non toccavo con i piedi, il Biciclùn reperito da mio padre in un mercatino di antiquariato e scelto per il prestigioso sistema frenante a bacchetta, la Bianchi (questa sì nuova) color Stabilo Boss Giallo sparita in un giorno di ordinario tedio davanti al liceo Galvani, la Bianchi anni '60 raccattata dal bidone da quel geniale umarello del mio ex quasi suocero, fino ad arrivare all'ultimissima Lady Mara, regalo di natale. Mi hanno tutte accompagnato per un pezzo di strada (letteralmente), in alcuni casi anche per un bel pezzettone, come il Biciclùn, compagno fedele di liceo e università, con il quale ho inventato lo sport estremo dell'attraversamento in diagonale degli incroci e la tecnica di percorrenza in contro mano dei vicoli medievali. Roba che neanche un salmone farebbe di meglio.
Ho girato a tutte le ore del giorno e della notte, non nego di aver creato qualche disagio a qualche automobilista, di averne sfanculato a piena ragione diversi, di aver allacciato discussioni vivaci con i conduttori di motociclo. Eppure il moderno ciclista sportivo, che in questo periodo ha il suo massimo fulgore, sfugge alla mia comprensione. La verità anzi è che mi indispone, a partire già dall'aspetto fisico: quarantenne, abbronzato, depilato e levigato in ogni centimetro di pelle esposta, fasciato in lycra in modo imbarazzante nei restanti centimetri, con tutti quei muscoletti nervosi in vista e quelle ruotine sottili sottili, mi tira fuori il peggio. Non sono fatti miei, ma mi chiedo: che ci fa su una strada di provincia giovedì mattina alle 8.30? Non ce l'ha un lavoro, un figlio da portare ai campi estivi, una finta riunione davanti alla macchina del caffè a cui partecipare, un profilo facebook farlocco da curare? Ma soprattutto, quale istinto primordiale lo spinge ad appaiarsi ad uno o più compagni depilati ed abbronzati e a disporsi su file di tre, quattro bici una di fianco all'altra, bloccando l'intera corsia? Che sia un professionista comunque è evidente, perchè t'ingombra una strada su cui transitano tir polacchi incazzerecci agli 80 orari senza che gli si muova un capello per l'ansia (ecco a cosa serve il caschetto) e senza smettere di chiacchierare con i compagni di ostruzionismo.
Un po' in fondo lo ammiro: è già un eroe per il solo fatto che nonostante quelle ruotine sottili sottili riesca a non finire a testa in giù nel fosso ogni volta che il molosso polacco lo svernicia sventagliandolo con muri d'aria che mi fanno ballare le portiere della macchina. Se poi avesse la delicatezza di dedicarsi a questo sport in altri orari e giorni, in ogni caso non il giovedì mattina, giornata di prime udienze e di mio cronico ritardo, sento che potrei quasi volergli bene.

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